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9月18日
La Battaglia di Sacile ebbe luogo il 15 aprile 1809, nell'odierna provincia di Pordenone fra circa 40.000 Austriaci guidati dall'Arciduca Giovanni e 36.000 Francesi ed Italiani condotti da Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d'Italia. Dopo un duro combattimento, mal condotto da entrambe le parti, un movimento del fianco austriaco, che minacciava la linea franco-italiana di ripiegamento, costrinse Eugenio alla ritirata, consegnando la vittoria tattica agli Austriaci. Le perdite furono più o meno equivalenti da entrambe le parti.
 8月9日 « ...le genti d'Italia hanno dimostrato molta energia...sono piene di
spirito e di passione, per cui è facile, per esse, acquisire le qualità
militari. I cannonieri della Guardia Reale si sono coperti di gloria
alla battaglia di Austerlitz, ed hanno meritato la stima di tutti i
vecchi cannonieri francesi. La Guardia Reale è stata sempre al fianco
della Guardia Imperiale e dovunque ne è stata degna. Venezia sarà
restituita al Regno d'Italia. »
(Napoleone Bonaparte nel Bollettino n. 37 della Grande Armata, Schonbrunn, 26 dicembre 1805)
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Il 24 ottobre 1812 le truppe del contingente italiano furono duramente
impegnate a Malo-Jaroslawetz, questa battaglia passò alla storia con il
nome di "Battaglia degli italiani".
« L'onore di questa
giornata appartiene totalmente a voi e ai vostri bravi Italiani, i
quali hanno deciso una così brillante vittoria. » (Napoleone Bonaparte al vicere Eugène de Beauharnais)
« ... il 24 corrente il IV Corpo che io comando ha sostenuto brillante
combattimento contro il nemico. Ci si doveva impadronire di una
posizione da mantenere per tutta la giornata. E ciò fu fatto dal solo
IV Corpo. malgrado le difficoltà del terreno e nonostante l'Esercito
nemico avesse diretto contro di noi ben otto attacchi consecutivi. Le
forze dei russi erano più che doppie delle nostre. La Divisione
italiana ha spiegato molto coraggio ed intrepidezza; la Guardia Reale
ha dimostrato molto sangue freddo. I due battaglioni cacciatori hanno
avuto occasione di distinguersi. » (Eugène de Beauharnais)
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Dopo la ritirata dalla Russia alcuni reggimenti italiani furono
impiegati anche nella Battaglia di Lipsia sempre nel IV° Corpo
d'armata, altri nell VIII° Corpo al comando del principe Józef Antoni
Poniatowski
« I segnalati servigi che gli Italiani hanno reso
in questa campagna mi hanno colmato di giubilo. La loro fedeltà
intemerata, in mezzo alle tante seduzioni adoperate dai nostri nemici e
ai loro esempi, la loro intrepida costanza dimostrata fra i rovesci e
le sventure di ogni specie, mi hanno sensibilmente commosso. Tutto ciò
mi ha confermato che bolle sempre nelle vostre vene il sangue dei
dominatori del mondo. »
(Napoleone Bonaparte accomiatandosi dalle truppe italiane, Magonza novembre 1813)
------------------------- « AI POPOLI D’ITALIA. I miei popoli italiani ricompariranno
gloriosamente sulla scena del mondo. Pieni di spirito e di passione,
essi possiedono tutte le doti e le qualità necessarie per essere ottimi
soldati. »
(Napoleone Buonaparte, Austerlitz, 2 dicembre 1805) 6月25日 Il 24 giugno 1812, la Grande Armata di 691.501 uomini, la più grande concentrazione di uomini mai costituita in Europa prima di allora, attraversò il fiume Neman ed avanzò verso Mosca. La Grande Armée era costituita nel modo seguente:
* Una forza d'urto centrale di 250.000 uomini al comando diretto dell'Imperatore; * Due altre linee frontali al comando di Eugène de Beauharnais (80.000 uomini) e Gerolamo Bonaparte (70.000 uomini); * Due corpi distaccati sotto il comando di Jacques MacDonald (32.500 uomini) e Karl Schwarzenberg (34.000 truppe austriache). * Una riserva di 225.000 uomini.
In aggiunta 80.000 uomini della Guardia Nazionale erano stati chiamati alle armi per difendere le frontiere con il Granducato di Varsavia. Comprese queste, il totale di soldati dell'armata francese ai confini e sul territorio russo era di circa 800.000 uomini. Questo enorme impegno di uomini debilitò seriamente l'Impero - specialmente considerando che c'erano ulteriori 300.000 soldati francesi che lottavano in Spagna e più di 200.000 in Germania ed in Italia.
450.000 soldati francesi erano la maggioranza mentre il resto delle truppe apparteneva agli alleati di Napoleone. Inoltre era presente un distaccamento di truppe austriache di 34.000 uomini sotto il comando di Schwarzenberg, 95.000 polacchi, 90.000 uomini della Confederazione del Reno, 24.000 bavaresi, 20.000 sassoni, 20.000 prussiani, 17.000 uomini del Regno di Westfalia, diverse migliaia dei piccoli Stati tedeschi, 30.000 italiani, 25.000 napoletani, 12.000 svizzeri, 4.800 spagnoli bonapartisti, 3.500 croati e 2.000 portoghesi simpatizzanti di Napoleone. Vi erano anche uomini provenienti dall'Olanda e dal Belgio. In sintesi, era rappresentata ogni nazionalità del vastissimo impero napoleonico.

2月21日 Pochi sanno che anche dei torinesi furono inquadrati nella Guardia Imperiale e proprio nella celebre "Vielle Garde", la Vecchia Guardia e precisamente lo furono quelli del Battaglione dei Veliti di Torino "Velites de Turin" formato il 24 Marzo 1809 quale guardia personale del Principe Borghese, cognato dell'Imperatore e governatore del Piemonte annesso alla Francia. Il reparto ebbe anche una sua bandiera oggi custodita al Museo del Risorgimento di Torino. Dopo aver preso parte a varie campagne il reparto fu sciolto il 15 Luglio 1814 in seguito al ritorno dei Savoia. Anche vari italiani avevano indossato i bottoni con l'aquila della Garde! 1月22日 Verrà effettuata la comparazione con i discendenti già individuati in Francia
Il Ris di Messina alla ricerca di Gioacchino Murat
Attraverso l'esame del Dna si scoprirà se i
resti seppelliti nella chiesa di San Giorgio a Pizzo, in Calabria,
appartengono al famoso cognato di Napoleone
Roma, 21 gen. - (Adnkronos) - Si scoprira' solo tra pochi giorni se i resti seppelliti nella Chiesa di San Giorgio, a Pizzo, in Calabria appartengono realmente al celebre cognato di Napoleone, Gioacchino Murat. Lo riferisce il ''Corriere della Sera''. Sara' il ris di Messina a chiarire, attraverso l'esame del Dna, la vera identita'.
Verranno infatti prelevati dalla fossa comune i frammenti dei presunti
resti del re di Napoli sui quali verra' effettuata la comparazione dei
discendenti di Murat, gia' individuati in Francia.
Nato in Francia a Labastide-Fortunière nel 1767 da un albergatore,
Murat fu espulso dal seminario per rissa e per tre anni segui' le orme
del padre ma, la forte vocazione di soldato, lo spinse a diventare in
pochi anni, un apprezzato comandante di cavalleria al fianco di
Napoleone, in tutte le sue campagne. Napoleone, lo ripago' nominandolo
re di Napoli nel 1808. Il suo regno pero' duro' poco: fu recuperato dai
Borbone nel 1815 e fu costretto alla fuga verso la Francia. Deciso a
riconquistare Napoli fu pero' sorpreso da una tempesta che lo dirotto'
sulle coste di Pizzo dove fu sorpreso dalla gendarmeria borbonica e
fucilato il 13 ottobre 1815, nel cortile del castello locale.
Secondo le testimonianze arrivate fino ad oggi, il cadavere di
Murat, fu gettato, dentro una cassa foderata di taffeta' nero, nella
fossa comune. Due indizi fondamentali per il ris che dovra' individuare
fra mille altri resti quelli del re di Napoli. Se i risultati degli
esami confermeranno l'identita' di Murat, si passera' alla bonifica
della fossa comune e alla costruzione di un mausoleo che ospitera'
anche i resti di Carolina Bonaparte. Se cosi' non fosse, si passera' ad
effettuare esami specifici su tutti i teschi presenti nella fossa
comune.
1月6日
"...Il cielo era
stato coperto tutto il giorno. All'improvviso, in quello stesso momento (erano
le otto di sera), le nubi si squarciarono sull'orizzonte e lasciarono passare,
attraverso gli olmi della strada di Nivelles, il grande e sinistro fulgore del
sole di porpora che tramontava: ad Austerlitz, era stato visto sorgere. Ogni
battaglione della Guardia, in quel tragico finale, era comandato da un
generale: erano presenti Friant, Michel Roguet, Harlet, Mallet, Poret di
Morvan. Quando gli alti colbacchi dei granatieri della Guardia, col gran fregio
metallico in forma d'aquila, apparvero, simmetrici, allineati, tranquilli e
superbi nella foschia di quella zuffa, il nemico sentì il rispetto della
Francia; credette di vedere venti vittorie entrare sul campo di battaglia ad
ali spiegate, e coloro ch'erano vincitori, ritenendosi vinti, indietreggiarono.
Ma Wellington gridò: "In piedi, guardie, e mirate giusto", e il
reggimento delle guardie, sdraiato dietro le siepi, s'alzò; un nugolo di
mitraglia crivellò la bandiera tricolore, fremendo intorno alle nostre aquile,
tutti si scagliarono e incominciò la suprema carneficina. La Guardia imperiale sentì
nell'ombra che l'esercito fuggiva intorno ad essa, sentì il grande crollo della
disfatta, sentì il "Si salvi chi può" che aveva sostituito il
"viva l'imperatore"; e, con la fuga dietro di sé, continuò ad
avanzare, sempre più fulminata e sempre più morente, ad ogni passo che
faceva...Ney, smarrito, grande di tutta l'altezza della morte accettata,
soffriva a tutti i colpi, in quella tormenta. Là ebbe il quinto cavallo ucciso
sotto di sé; sudato, con gli occhi fiammeggianti e la schiuma alle labbra, con
l'uniforme sbottonata, una spallina tagliata in mezzo dalla sciabolata d'una
"horse guard" e l'aquila metallica della decorazione ammaccata da una
palla, sanguinante, infangato e magnifico, con in pugno una spada spezzata,
gridava: "Venite a vedere come muore un Maresciallo di Francia sul campo
di battaglia". Invano: egli non morì" (Victor Hugo – I
Miserabili) Su Cambronne:
“Dire
queste parole, e poi morire.
Cosa c’è di più grande? Poiché voler morire è morire e non fu colpa sua se
quell’uomo, mitragliato, sopravvisse.
Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone sconfitto, non è
Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque si dispera, non è Blücher
che non ha proprio combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è
Cambronne.
Poiché fulminare con una tale parola il nemico che vi annienta, vuol dire
vincere.
Dare questa risposta alla catastrofe, dire questo al destino, dare questa base
al futuro leone, gettar questa ultima battuta in faccia alla pioggia della
notte, al muro traditore d’Hougomont, alla strada incassata d’Ohain, al ritardo
di Grouchy e all’arrivo di Blücher.
Portare l’ironia nel sepolcro, fare in modo di restar levato sulle punte dopo
che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai
re le già note latrine dei cesari, fare dell’ultima delle parole la prima,
mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col
martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumere questa vittoria in
una parola impossibile da ripetere, perdere il campo e conquistare la leggenda,
aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la
grandezza di Eschilo.
La parola di Cambronne fa l’effetto d’una frattura: la frattura di un petto per
lo sdegno, l’irruzione dell’agonia che esplode !”

12月31日 Da Wikipedia:
Teodoro Lechi (Brescia, 16 gennaio 1778 – Milano, 2 maggio 1866) è stato un generale italiano, giacobino e consigliere militare di Carlo Alberto.
Quattordicesimo figlio di Fausto Lechi, Teodoro si arruola nella Legione Bresciana il 18 marzo del 1797, allo scoppio della rivoluzione cittadina. Si schiera immediatamente a fianco di Napoleone, ed entra a far parte della Nuova Guardia Presidenziale della Repubblica Italiana che di lì a poco diventerà Guardia Reale. Trascorre quasi due anni (1803-1805) a Parigi, dove riceve un adeguato addestramento militare. Tornato in Lombardia, diventa comandante dei Granatieri della Guardia Reale dal nuovo Viceré Eugenio di Beauharnais. Nello stesso anno è nominato Scudiero del Re d'Italia e riceve in consegna da Napoleone le aquile e gli stendardi della Guardia. Con il Principe Eugenio, Lechi combatte ad Austerlitz (1805), in Veneto, in Dalmazia, in Albania, in Ungheria. Dopo la battaglia di Wagram (dicembre 1809) è nominato Barone dell'Impero. Il 10 febbraio 1812 parte per la Campagna di Russia, partecipando a tutti gli scontri, compresi quelli della ritirata. Nel 1813 e 1814 prende parte anche alla guerra contro l'Austria, pur consapevole del tramonto dell'epoca napoleonica. Il 27 aprile del 1814, dopo la firma dell'armistizio da parte di Eugenio di Beauharnais, è protagonista di un rito alquanto singolare: per fedeltà alla propria Guardia, brucia gli stendardi e le aquile (tranne una, che conserverà gelosamente per oltre trent'anni), e ne mangia le ceneri insieme ai propri ufficiali.
Ed è proprio in occasione delle cinque giornate che, ormai settantaduenne, Teodoro Lechi torna in azione: il 28 marzo del 1848 assume il comando della Guardia Civica. Uomo d'esperienza, consiglia al Ministro della guerra Antonio Franzini di utilizzare le linee ferroviarie per trasportare le truppe ed assaltare Verona: suggerimento che non viene accolto e che probabilmente avrebbe cambiato le sorti della prima guerra d'indipendenza.
Al termine della guerra si ritira in Piemonte, dove viene nominato Generale d'Armata da Carlo Alberto: per riconoscenza, il veterano ex giacobino consegna al Re di Sardegna l'unica aquila sottratta al rituale del 1814.
Nel 1859 fa ritorno a Milano, dove muore, nel 1866 all'età di ottantotto anni.
Da: http://www.tuttostoria.net/focus_recensione_storia_moderna.asp?id=184
"Ma dopo lo scioglimento dell’esercito italiano la maggior parte degli ufficiali sarebbe rimasta fedele a quegli ideali per i quali combatterono in gioventù. Questa fedeltà avrebbe portato molti a lottare ancora per l’unità nazionale, dapprima nella rivolta del 1831 e successivamente nella prima guerra d’indipendenza. Nel 1848 avvenne un significativo passaggio di consegne fra i vecchi ed i nuovi eroi che lottarono per la libertà della nostra Italia. All’entrata dell’esercito piemontese a Milano, il generale Teodoro Lechi, ex comandante della Guardia Reale napoleonica, consegnò due aquile (le quali costituirono la cima dell’asta portabandiera di ogni reparto italico) al re Carlo Alberto perchè continuasse idealmente la loro lotta per la rinascita di un Regno d’Italia. Magnifico e commovente gesto che sancisce solennemente la continuità ideale fra lo scomparso esercito italiano napoleonico e i patrioti che, nelle nostre guerre d’indipendenza, lottarono per la libertà e il Risorgimento dell’Italia." 12月15日 Da Wikipedia:
Il secondo funerale a Parigi Il 2 agosto 1830, nove anni dopo la morte di Napoleone, il re Borbone Carlo X fu costretto ad abdicare e la corona venne concessa a Luigi Filippo d'Orléans di idee più liberali. La statua dell'imperatore fu restaurata sulla colonna di Place Vendôme e vi furono richieste del rientro in patria delle spoglie mortali. Il figlio cadetto del re, il Principe di Joinville, venne incaricato di riportare le spoglie dell'imperatore in Francia e questi, dopo aver ottenuto il permesso dei britannici, diresse una spedizione a Sant'Elena per riportare la salma a Parigi. L'8 ottobre 1840 venne riesumata la salma che si rivelò intatta (anche per l'effetto conservante dell'arsenico secondo alcuni autori), vestita nell'uniforme di colonnello dei cacciatori della guardia[48]. Ricomposto il corpo in una bara di ebano, l'imperatore iniziò il suo viaggio di ritorno in Francia, dove arrivò a Cherbourg il 29 novembre, salutato dalle salve di cannone del forte e delle navi militari presenti. Il corteo funebre di Napoleone a Parigi del 15 dicembre 1840
Il 15 dicembre 1840 ebbe luogo il funerale solenne a Parigi celebrato con tutti gli onori del rango imperiale. Disposto il feretro su di un carro trainato da 16 cavalli, scortato dai Marescialli di Francia Oudinot e Molitor, l'ammiraglio Roussin e il generale Bertrand, a cavallo, sui quattro lati, il corteo funebre passò sotto l'arco di trionfo, tra due file di insegne con l'aquila imperiale, salutato dalle salve di cannone e accolto dalla famiglia regnante in nome della Francia. Il generale Bertrand che aveva fedelmente accompagnato Napoleone all'Elba e a Sant'Elena venne incaricato dal Re di porre la spada e il copricapo dell'imperatore sulla bara, ma non vi riuscì per l'emozione e fu sostituito dal generale Gourgaud. Più tardi, nel 1843 Giuseppe Bonaparte inviò il gran collare, il nastro, e le insegne della Legion d'Onore che suo fratello aveva indossato.
La tomba monumentale
I resti di Napoleone riposano in un monumento posto in una cripta a cielo aperto ricavata nel pavimento della cattedrale di Saint-Louis des Invalides, esattamente sotto la cupola dorata. Il monumento, concepito dall'architetto Louis Visconti, venne terminato nel 1861, consiste in un immenso sarcofago di quarzite rossa della Finlandia, che contiene le 6 bare entro cui è stato chiuso il corpo di Napoleone: dalla più interna alla più esterna abbiamo una bara in lamiera e poi una in mogano, due bare in piombo, una di ebano e l'ultima in legno di quercia. Intorno al sarcofago c'è un loggiato circolare decorato con enormi statue raffiguranti dodici Vittorie.
Il trasferimento dalla cappella di Saint-Jérôme dove era stata deposta la salma nel 1840, alla cripta sala centrale della cattedrale di Saint-Louis des Invalides venne effettuato con cerimonia non pubblica il 2 aprile 1861, alla presenza dell'imperatore Napoleone III. La maschera funeraria è conservata invece presso l'Accademia degli Euteleti a San Miniato in provincia di Pisa, città dove gli antenati dell'imperatore avevano risieduto.
All'interno della cripta è presente anche la tomba del figlio di Napoleone, Napoleone Luigi. 12月5日 Da Wikipedia:
La battaglia di Austerlitz fu l'ultima battaglia che si attuò durante le guerre napoleoniche della terza coalizione e che portò alla vittoria l'esercito napoleonico. Avvenne il 2 dicembre, 1805 nei pressi della cittadina di Austerlitz tra l'armata francese composta da circa 65.000 uomini comandati da Napoleone ed una armata congiunta, formata da russi e austriaci e composta da oltre 80.000 uomini, comandata dal generale russo Kutuzov e dal comandante del contingente austriaco, il generale Franz von Weyrother. Austerlitz (l'attuale città di Slavkov u Brna nella Repubblica Ceca) si trova in Moravia, approssimativamente a 20 Km da Brno. La battaglia di Austerlitz fu preceduta da una pesante sconfitta dell'esercito austriaco comandato dal generale Karl Mack von Leiberich a Ulm. Con una rapida concentrazione di forze che non aveva precedenti, Napoleone era riuscito ad accerchiare il generale austrico Mack, che si ritrovò isolato nella città di Ulm, prima che arrivassero le truppe russe. Il 20 ottobre Mack fu costretto ad arrendersi quasi senza combattere, aprendo a Napoleone la strada verso la capitale austriaca Vienna. Napoleone aveva bisogno di una battaglia decisiva: i suoi soldati erano ormai stanchi per una lunga campagna, le sue linee di comunicazione si erano allungate eccessivamente e soprattutto non poteva allontanarsi per troppo tempo dalla Francia essendo capo assoluto di tutta la macchina amministrativa dell'impero. Bonaparte al fine di inoculare negli alleati un senso di superiorità fece credere ai medesimi che la sua posizione era insostenibile, mostrandosi molto accondiscendente nelle trattative diplomatiche e facendo abbandonare dai suoi soldati l'altura del Pratzen, che dominava il campo di battaglia. Furono i russi a rompere gli indugi attaccando il fianco destro che Napoleone aveva volontariamente lasciato leggermente sguarnito. Gli alleati avevano concentrato la gran parte dei loro uomini sull'ala destra napoleonica ma le loro truppe si ostacolavano a vicenda non essendo presente il necessario spazio di manovra. Schieramento degli eserciti: in nero Austriaci e Russi, in bianco i Francesi. Gli alleati avevano attaccato proprio l'ala destra in quanto era sulla strada che portava a Vienna, capitale austriaca e probabile linea di ritirata di Napoleone. Concentrando le truppe sull'ala predetta gli alleati avevano tuttavia lasciato in minima parte sguarnito il centro che Napoleone non esitò ad attaccare pesantemente, assegnandone il compito ad una riserva composta da 17.000 soldati, al comando del maresciallo Soult. Le forze di Kutuzov furono sorprese dall'improvvisa manovra e, dopo un duro combattimento, furono messe in rotta. Con il centro sbaragliato, le due ali della coalizione furono tagliate fuori e poco dopo incominciarono a ritirarsi fino a fuggire disordinatamente. Non appena Napoleone ebbe modo di osservare la fanteria russa ripiegare sugli stagni di Monitz e sul lago palustre di Satschan, ordinò alla propria artiglieria di aprire il fuoco sulle lastre di ghiaccio da cui erano ricoperti. Svariati soldati russi e austriaci annegarono nelle acque ghiacciate del lago. Dopo la conta delle perdite il successo francese risultò devastante per il nemico: 9 mila tra morti, feriti e prigionieri francesi contro gli oltre 25 mila dell'armata austro-russa. A seguito della disfatta i russi si ritirarono dall'Austria e gli austriaci furono costretti a firmare il 26 dicembre il Trattato di Presburgo concedendo molti territori ai francesi. La battaglia di Austerlitz è spesso detta Battaglia dei tre Imperatori perché vi presero parte attiva con la loro presenza l'Imperatore Napoleone I, lo Zar Alessandro I di Russia, e l'imperatore del Sacro Romano Impero Francesco II. Tuttora la battaglia di Austerlitz, eretta a paradigma dell'arte tattica, è considerata un capolavoro inimitabile del genio strategico di Napoleone Bonaparte, sia per la capacità di manovra e di intuito militare del vincitore che a causa notevoli risultati ottenuti sul piano politico e territoriale, con poche perdite e con un esercito di consistenza numerica inferiore a quella del nemico.  11月19日
Tale
operazione doveva attuarsi nel 1820 in quel di New Orleans, capitale
della Louisiana, ceduta dalla Francia e da Napoleone nel 1803 agli
Stati Uniti. Il
fascino del grande corso ha ancora un suo peso nel 1820 e soprattutto
anche per i cittadini di New Orleans: per i francesi residenti
rappresenta ancora l'Imperatore e per i cittadini americani, invece, un
grande benefattore. Altro
elemento significativo che da maggiore forza a tale operazione, oggetto
della discussione del relatore, poggia sul fatto che gli americani
erano reduci dalla guerra contro gli inglesi nel 1812 e di conseguenza,
per loro, non nutrivano grandi sentimenti di stima, ed in
quest'ambiente che nasce il progetto relativo alla liberazione
dell'Imperatore Napoleone Bonaparte. Andando
a New Orleans, in una delle strade centrali, si può ammirare la casa di
Napoleone, dove in realtà, l'Imperatore non vi andò mai ad abitare, in
quanto quella abitazione che era destinata ad ospitarlo era la casa del
sindaco, in quanto il primo cittadino era il coordinatore di tutta
l'importante operazione. Il
progetto di liberazione prevedeva due navi veloci, come le imbarcazioni
utilizzate per il trasporto della posta, che sarebbero dovute salpare
dal porto di New Orleans con un equipaggio misto e composto da francesi
e statunitensi, giungere a Sant'Elena, sorprendere gli inglesi,
liberare Napoleone. Tutto era pronto, programmato, studiato nei minimi
dettagli, ma improvvisamente giunse la notizia che Napoleone era morto,
era il 5 maggio 1821.
Nella foto la casa di "Napoleone" in Usa.
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11月8日 Da Wikipedia...accadde oggi...nel 1799...
Il 9 ottobre sbarcò a Fréjus, e la sua corsa verso Parigi fu accompagnata dall'entusiasmo dell'intera Francia, certa che il generale fosse tornato in patria per assumere il controllo della situazione ormai ingestibile e in effetti era questa l'intenzione di Napoleone. Giunto a Parigi, egli riunì i cospiratori decisi a rovesciare il Direttorio. Dalla sua si schierarono il fratello maggiore Giuseppe e soprattutto il fratello Luciano, allora presidente del Consiglio dei Cinquecento, che con il Consiglio degli Anziani costituiva il potere legislativo della repubblica. Dalla sua Napoleone riuscì ad avere il membro del Direttorio Roger Ducos e soprattutto Emmanuel Joseph Sieyès, il celebre autore dell'opuscolo Che cosa è il Terzo Stato? e ideologo di punta della borghesia rivoluzionaria. Inoltre, dalla sua si schierò l'astutissimo ministro degli esteri Talleyrand e il ministro della polizia Joseph Fouché. Barras, il membro più influente del Direttorio dopo Sieyès, conscio delle capacità di Napoleone, accettò di farsi da parte. Fatta trapelare la falsa notizia di un complotto realista per rovesciare la repubblica, Napoleone riuscì a far votare al Consiglio degli Anziani e al Consiglio dei Cinquecento una risoluzione che trasferisse le due Camere il 18 brumaio (9 novembre) fuori Parigi, a Saint-Cloud; Napoleone fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate. Ciò fu fatto per evitare che durante il colpo di Stato qualche deputato potesse sollevare i cittadini parigini per difendere la Repubblica dal tentativo di Napoleone. L'intenzione di Napoleone era quella di portare le due Camere a votare autonomamente il loro scioglimento e la cessione dei poteri nelle sue mani. Non fu così: il Consiglio degli Anziani rimase freddo al discorso pasticciato di Napoleone per far pressione su di esso, mentre quando Napoleone entrò nella sala del Consiglio dei Cinquecento i deputati gli si lanciarono contro chiedendo di votare per rendere Bonaparte fuorilegge (cosa che voleva significare l'arresto e la ghigliottina). Nel momento in cui sembrava che il colpo di Stato fosse prossimo alla catastrofe, a soccorrere Napoleone giunse il fratello Luciano, che nelle vesti di presidente dei Cinquecento uscì dalla sala e arringò le truppe schierate all'esterno, ordinando che disperdessero i deputati terroristi. Memorabile il momento in cui puntò la sua spada al collo di Napoleone e dichiarò: «Non esiterei un attimo a uccidere mio fratello se sapessi che costui stesse attentando alla libertà della Francia». Le truppe, in gran parte veterani delle campagne di Napoleone, al comando del cognato di quest'ultimo, il generale Victor Emanuel Leclerc e del futuro cognato Gioacchino Murat, entrarono con le baionette innestate e dispersero i deputati. In serata, le Camere venivano sciolte e fu votato il decreto che assegnava i pieni poteri a tre consoli: Roger Ducos, Sieyès e Napoleone.
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11月5日 Dopo
la sconfitta degli austriaci a Castiglione, alla sera, alcuni veterani,
seduti presso ad un buon fuoco ragionavano alla loro maniera, intorno
alle operazioni della giornata. "Bisogna pur
convenire che li ha tempestati come va questi imperiali. Ieri l'altro a
Lonato, oggi a Castiglione; non hanno avuto nemmeno il tempo di fumarsi
una pipa tutti questi generali di Pitt e Coburgo. Non è famoso il
nostro piccolo caporale? A Lodi gli era stato conferito il
grado di caporale e da allora (nonostante fosse diventato generale) i
soldati continuavano a chiamarlo "caporalino". "Capperi se è famoso! " risposero tutti. "Ma sergente, non crede che dopo Lodi meriti, il nostro caporalino, un avanzamento di grado?" disse allora uno dei più govani. "Non dici male e come dicono quei bellimbusti del direttorio, le opinioni sono libere..." rispose il primo. "Si si" risposero tutti in coro. "E' deciso allora all'unanimità! Il caporalino merita un avanzamento a sergente!" disse un'altra voce mentre altri, con la bocca, simulavano il ratataplan del tamburo. Ma
in quel momento l'interlocutore venne interrotto da un piccolo uomo,
magro, pallido con gli occhi scintillanti che appoggiò la sua mano alla
spalla di questi ed esclamò: "Ed a qual'epoca il sergente potrà sperare di esser fatto ufficiale? A questa voce ben nota tutti fecero rispettosamente il saluto militare. "Vedremo cittadino.... generale, vedremo..." rispose il vecchio arricciandosi i baffi baldanzosamente.. |  |
10月31日 Il Generale Bonaparte ai soldati di Francia durante la Campagna d'Italia...
"Dovete
essere dei liberatori e coprirvi di onore, non dei saccheggiatori e dei
flagelli, coprendovi di vergogna. L'Italia dovete stupirla con un
contegno esemplare dopo averla stupita con il vostro coraggio!"
"Come
volete essere ricordati? Avete la gloria immortale di mutar volto del
paese più bello d'Europa e lo volete fare comportandovi da ladroni?" 10月25日
Giungemmo
nella piana che ormai s’era fatto buio e facemmo non poca fatica per tener
accese le fiaccole colpite dalla pioggia battente. Pareva una silente
processione quella nostra e dopo pochi istanti si parve innanzi ai nostri occhi
un po’ stanchi la grande pietra all’ombra dei salici. Quale emozione vibrò una
sferrata ai nostri cuori il pensiero che sotto quella roccia riposava il nostro
imperatore, quali irrefrenabili pensieri ci colsero nell’immaginarne finalmente
il ritorno in patria. Gli operai presero a dar colpi di piccone alla lastra
petrosa mentre il sacerdote leggeva dal suo breviario le proprie preghiere, mai
come in quegli istanti m’ero sentito percorrere da una scossa che correndo giù
lungo la schiena mi emozionò. Nemmeno lungo la strada di Charleroi la sera di
Waterloo avevo subito una così violenta tempesta di pensieri. E la lastra fu
rimossa mentre la cassa iniziò a salire lentamente e dondolante fino a giungere
a noi. Fu aperta mentre nessuno di noi poteva più respirare al pensiero di
incontrare finalmente Napoleone dopo tanti anni e niente potè arginare le
lacrime che rigavano i nostri volti segnati, niente impedì a molti occhi
anziani di farsi lucidi come nemmeno l’emozione di Austerlitz aveva potuto
fare. Si scoprì il sudario e ricogliemmo il suo volto miracolosamente intatto e
ci parve di ringiovanire, di ritrovare come un padre perduto. O quale gioia era
riportare in Francia le spoglie del nostro imperatore! E quando egli riapparve
a tutti noi ci parve che il cielo s’aprisse e vi scorgemmo affacciati i
granatieri, gli ussari, i fanti e tutti i nostri morti che avean come noi il
volto piangente….e fu per noi come se la pioggia fosse il pianto emozionato dei
nostri caduti in battaglia che gioivan come noi al pensiero che il nostro
potesse tornare a casa…a riposare sulle rive del Senna in mezzo al popolo
francese come avea sempre desiderato…piansi quel giorno…e non me ne vergognai
di fronte ai tanti…piansi e non piansi mai più…
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10月21日 Napoleone
I detestava gli abiti attillati, non tanto nel portarli quanto per le
difficoltà inevitabili che comportava il porseli indosso: impaziente
nel vestirsi, preferiva gli abiti comodi, anche se da ciò talvolta
conseguiva un effetto non molto gradevole della sua figura.
Abitudinario, non si curava per niente della moda ed era un problema
fargli smettere vestiti e scarpe per sostituirli con abiti e calzature
più à la page. Non portava mai indosso gioielli ed anche nelle
grandi occasioni tendeva alla sobrietà, spesso contrastante con il
lusso, non di rado stravagante, di coloro che lo circondavano:
generali, gran commis e dame dell'alta società parigina. Una
costante preoccupazione degli addetti alla sua persona erano i
copricapo: aveva l'epidermide della testa molto sensibile e soffriva
nel calzare cappelli nuovi per la loro inevitabile rigidità iniziale,
per cui tendeva ad indossare i suoi copricapo fino a quando, troppo
lisi, era giocoforza cambiarli. Al che era solito regalarli come
ricordo.
Napoleone I non era un gourmet.
Pur apprezzando di più alcuni cibi rispetto ad altri (gli piacevano
molto la carne di pollo, comunque cucinata, quella di montone alla
griglia, le cotolette ed alcuni tipi di frutta) dava scarsa importanza
all'alimentazione (era tuttavia molto esigente sulla qualità del pane).
Mangiava avidamente e frettolosamente (raramente il suo pasto superava
la durata di una decina di minuti, anche quando aveva a mensa ospiti
illustri), quasi che ritenesse l'alimentazione un fastidio necessario,
da togliersi il più presto possibile. A tavola rispettava poco
l'etichetta, anche in presenza di ospiti, e passava spesso, nella
frenesia di terminare, dall'uso della forchetta a quello diretto delle
proprie mani. Questa fretta nell'assumere i cibi gli procurava sovente
grossi problemi di digestione che sfociavano anche in forme acute di
congestione, seguite da vomito, o in gastriti. I
pasti giornalieri erano due: la colazione alle 9 e 30 di mattina, ed il
pranzo alle ore 18. Il rispetto degli orari dei pasti era cosa normale
ma le eccezioni, dovute alla necessità di trattare problemi urgenti con
i suoi ministri o generali, anche piuttosto frequenti. In questi casi i
ritardi nel mettersi a tavola potevano anche raggiungere più ore:
tutti, eventuali ospiti inclusi, attendevano con pazienza che Napoleone
avesse concluso e si presentasse per il pranzo o la cena. Quanto al vino, non era un intenditore e ne beveva poco e di una sola qualità: lo chambertin, che allungava quasi sempre con acqua; tuttavia le bottiglie di chambertin
erano un costituente immancabile delle vettovaglie a lui destinate, le
quali venivano portate al seguito anche durante le numerose campagne
militari. Beveva invece volentieri il caffè: una tazza abbondante dopo
il pranzo ed una la sera dopo cena. Non era raro che bevesse tè nel
corso della giornata. Era anche ghiotto di orzata, uno sciroppo a base
di mandorle amare. Non beveva mai liquori. Quanto al tabacco, non
fumava né sigari né pipa, ma si limitava talvolta ad annusarne
velocemente una presa. Detestava i farmaci che si rifiutava spesso di
assumere anche in presenza di un ordine del medico personale. (Quello
con il quale ebbe il miglior rapporto era il dottor Corvisart, che
salutava allegramente il mattino: "Salve, vecchio mio, quanti pazienti
avete già ucciso oggi?") Nel periodo consolare amava ripetere: «
Se volete mangiar bene, pranzate con il secondo Console, se volete
mangiare molto, pranzate con il terzo Console, se volete mangiare in
fretta, pranzate con me. » (Napoleone Bonaparte, 1° Console) |  |
10月19日 Venerdì 17 ottobre è improvvisamente mancato all'ospedale di Montreal
Ben Weider. Molti lo ricorderanno come uno dei più strenui propugnatori
della tesi dell'avvelenamento da arsenico. Weider era stato il
fondatore della Società Napoleonica Internazionale ed era un grande
studioso e collezionista di cimeli napoleonici.
Un link su tutti per ricordarlo: http://www.napoleonicsociety.com/french/frameSetAccueil.htm
"Voglio immaginare che quando un uomo così se ne va la sua piccola vita terrena finisca per iniziarne una superiore...voglio immaginare i granatieri della guardia attenderlo nei cieli celesti....voglio immaginare che uomini così non finiscano dimenticati"
Grazie Mac per averci comunicato la triste notizia.
Good Bye Ben!
10月18日
“Non avevo finita la mia opera.
L'Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si
sarebbe sentito nella patria comune. Tale unione dovrà venire un giorno o
l'altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato, e dopo il crollo e
dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro
equilibrio in Europa se non la lega dei popoli. Abbiamo bisogno di una legge
europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di
pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa.
Avrei voluto fare di tutti i popoli europei un unico popolo. L'Europa non è più
una tana di talpe. Quello che vuole ottenere a forza coi suoi 800 mila uomini
dovrà un giorno fondersi, spintovi dalla ragione e dalla necessità, in un patto
spontaneo: un giorno da tutti quei popoli ne nascerà un popolo solo”.
Chi parla e chi
scrive è Napoleone Bonaparte e questo suo pensiero sull’Europa è contenuto nel
Memoriale di Sant’Elena dettato in esilio e pubblicato postumo nel 1826. Noi
oggi parliamo di Europa e lui ci aveva pensato e soprattutto aveva concepito un
Europa dei popoli e non del denaro.
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10月15日
Erano
ormai molti i giorni passati per mare quando di fronte ai nostri occhi apparve
la nostra meta. Pareva quasi un immagine dai contorni deformi su cui si
gettavano in preda ad una forza furiosa le onde spumeggianti dell’oceano.
Avemmo l’impressione che più che un isola fosse un grande insignificante
scoglio inglese piantato in quel vuoto assoluto dominato solo dagli azzuri del
cielo e del mare. E se per settimane ci eravamo chiesti come potessere essere
quella Sant’Elena che ci avrebbe accolto come prigionieri piuttosto che come
ospiti, ecco che le risposte apparvero da loro in pochi istanti e con pochi
sguardi, oh com’era diversa l’amabile Isola d’Elba. Il rigore del nemico
ingeneroso verso il vinto, il disonorevole inganno che ci aveva giocato non
potevano ferire più del clima insalubre di quel pezzo di terra britannica, quel
clima che tanto male fece al nostro imperatore. È così tra lo sconcerto ed il
disgusto mescolati ad un senso di rassegnazione per l’ingrato destino,
sbarcammo a Sant’Elena il 15 Ottobre del 1815 con ali di gente venute per
vedere quell’uomo che la stampa inglese aveva per anni falsamente descritto
come bestia sanguinaria. Oh quale delusione per costoro vedere che Napoleone
non aveva zanne o spire malefiche, ne aveva occhi rossi come una fiera. Che
delusione per tutti vedere un uomo che pur avendo sul volto i segni del dolore
aveva di incredibile il solo sguardo magnetico, avvolto com’era nella divisa
dei Cacciatori della Garde. Iniziava così il nostro esilio in quell’angolo
sperduto di mondo isolato dalla civiltà e dai continenti, un esilio che è il
caso di dire, mai fu più ingeneroso per le angherie di cui fummo oggetto per
opera del governatore e dei suoi uomini, angherie che è il caso di dire, crearono
sconcerto perfino a Londra e che durarono fino a quel triste 5 di Maggio del
1821.
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10月12日
Stordito maledetto
E' risaputo quanto N. fosse un cacciatore maldestro ed avventato. Così i suoi incidenti di caccia furono parecchi e più d'un suo fido ebbe ad esserne vittima, il maresciallo Duroc tra gli altri. Il caso di Duroc tuttavia non era stato
grave; mentre egli si chinava per raccogliere da terra un capo di
selvaggina, di dietro era stato colpito in pieno da una scarica di
pallini... nella parte che meglio era esposta. Poco piacevole sempre la cosa, anche se un pò buffa. Ed
egli aveva dato in vive giaculatorie e, senza supporre a chi dovesse il
regalo, aveva inveito con convinzione contro chi aveva sparato. "Stordito maledetto!" aveva gridato ben forte... Accorse il medico, estrasse con cura ogni pallino ed otto giorni dopo il maresciallo poteva di nuovo sedere... Ma solo vario tempo dopo N. parse risovvenirsi del caso, proprio mentre offriva a Duroc una presa di tabacco. "E' una nuova qualità. Ottima. Ve la consiglio" gli disse. "Grazie maestà rispose tuffando le dita nella tabacchiera d'oro e smalto che l'Imperatore gli porgeva. "Tenete, Duroc. Tenete anche la tabacchiera. Sarà il ricordo d'uno stordito maledetto..." La principessina
L'Imperatore riceveva la visita di una minuscola principessa; Napoleona Baciocchi, figlia di sua sorella di soli 5 anni. Ovviamente Napoleone credette di poter usare perifrasi per parlare con la piccola Altezza. "Dunque, signorina! N'ho inteso delle belle! Stanotte avete pisciato nel letto!" Ma torse il collo, Napoleona ed arricciò il nasino, levandosi sul busto in segno di sdegno nell'atto d'andarsene. "Signor zio, se non avete a dir che stupidaggini, io me ne vò" Napoleone ne fu entusiasta e si compiacque egli stesso nel narrare la cosa alla sorella. Il nome e l’impiego
Durante la prima campagna d’Italia fu presentato a Napoleone un impiegato alle finanze, che si chiamava Rubante. All’udir quel nome e la qualità di chi lo portava il generale fu preso da viva ilarità. “Proprio Rubbante vi chiamate?- disse al meschino- E’ davvero notevole tal nome per un impiegato alle finanze” Ma volle l’altro schermirsi e rispose sorridendo: “Il mio nome ha due b, Generale…” E Napoleone ridendo di cuore rispose: “Tanto peggio! Così si rubba di più!” Una questione di promozioni
Un
giorno in cui N era di cattivo umore ricevette la richiesta di
promozione di due ufficiali. "Non ne voglio più sapere", disse, "quel
diavolo di Berthier me ne ha già fatti promuovere troppi". Poi
rivolgendosi a Lauriston che era presente nella sala "Non è vero Lauriston, che ai nostri tempi non si faceva carriera così in fretta? Io sono rimasto sottotenente per anni, io!" "E' vero Sire, ma dopo avete recuperato in fretta il tempo perduto" Napoleone si mise a ridere e accordò le promozioni. L'Imperatore in incognito
Fra i capricci più consueti di N. vi era quella di percorrere Parigi in incognito. Era quasi sempre accompagnato dal Duroc e spesso uscivano alcune ore prima che facesse giorno. Ogni
volta che entrava in una bottega, Duroc gli metteva davanti gli oggetti
che fingeva di voler comperare ed in quel frattempo N. cominciava la
sua parte d'interrogatore. Non vi era cosa più buffa probabilmente
nel vederlo assumere modi, linguaggi non a lui consoni. Quante smorfie
faceva poi quando, volendosi dare l'aria d'un vagheggino, si aggiustava
la cravatta nera sollevandosi sulle punte e piegandosi poi sulle
ginocchia.
-E così, signora, cosa si narra di nuovo dopo che il
Primo Console ha fatto la pace?.... Sono contenti i parigini? ....
Prospera il vostro commercio?... Mi sembrate discretamente ben fornita,
avete molti avventori?
A queste parole di bottega discretamente ben fornita,
che suonavano male alle orecchie della merciaia, costei di solito
guardava di sbieco e si rabbuiava nel viso rispondendo a monosillabi o
non rispondendo proprio, ignara di chi avesse davanti. A volte, spaventate da domande troppo discrete, queste chiamavano gli uomini della famiglia per liberarsi dello scocciatore. Un'altra
volta (poco dopo l'incoronazione) l'Imperatore chiese in tono beffardo
ad un orefice cosa ne pensasse di "quel buffone di Napoleone". Questi,
che era uno dei più caldi ammiratori e credendolo un giacobino, diede
di piglio ad una scopa e levandola in aria fece per colpire l'importuno! Il
gran maresciallo Duroc s'interpose prontamente scusandosi per
l'iprudente amico che ne frattempo.... s'è l'era data a gambe fuori dal
negozio. Napoleone ricorderà in futuro l'aneddoto ed era solito dire
che il momento in cui rischiò d'essere colpito con la scopa fù uno dei
più lieti e felici della sua vita.
La cioccolata di Danzica
Dopo
un lungo assedio, nell'aprile del 1807 cade la città di Danzica. I
francesi, comandati da Lefebvre, entrano in città e Napoleone, alla
notizia, fa sellare subito una vettura da sei cavalli e vi si
precipita. Vuole subito complimentarsi con il maresciallo che
puntualmente incontra sulla strada, nell'abazia di Oliva. E' uno di quei momenti che adora. Quando può complimentarsi, felicitarsi, premiare. "Buon giorno Duca gli dice l'Imperatore, Sedetevi qui accanto a me. Vi piace la cioccolata di Danzica?" N. Rise
Napoleone dell'espressione stupita di Lefebvre che capirà solo più
tardi che lui, l'uomo del popolo, l'ex sottoufficiale della Guardia,
sposato ad una lavandaia di rue Poissonniere è stato nominato, in quel
momento, Duca di Danzica. Quando giunsero ad N. alcune voci
riguardanti "mormorii" non tanto compiacenti della carica, N. non si
perdètte in troppe chiacchiere; "Sparlino pure! Un
sottoufficiale della Guardia nominato Duca ed una lavandaia duchessa,
ecco la nuova nobiltà! La nobiltà del merito. Quanto agli altri nobili,
quelli dell'Ancien Regime, che si mettano in coda." N. Il cappello al vento
In p.za del Carosello, passando una rivista, a Napoleone gli si impennò il cavallo, facendo cadere in terra il cappello. Il luogotenente Rabusson s'era afferettato a raccoglierlo ed era corso a porgerlo all'Imperatore che rispose prontamente: " Grazie capitano!" E l'altro prontamente: "In che reggimento Sire?" Lo
guardò allora N. e per un istante parve sorpreso dalla domanda, ma
s'accorse dell'abbaglio nel quale era caduto circa il grado
dell'ufficiale. Volle tuttavia premiar la prontezza e nè ammettere d'aver sbagliato e quindi rispose semplicemente: "Giusto.... nella mia Guardia!" ed il giorno dopo rabusson riceveva il brevetto. Il primo mestiere
Dopo la mitica vittoria di Ulm che aveva esposto Napoleone stesso a
pericoli e casi non comuni per un condottiero (aveva perfino dovuto
sguainare la spada contro una pattuglia nemica) egli s'era fatto
condurre dinanzi agli ufficiali austriaci caduti prigionieri. E i
generaliavversari avevano rilevato in quale stato pietoso fosse ridotta
l'uniforme dell'Imperatore ed avevano cavallerescamente accennato al
valore personale di cui essa medesima faceva fede.... "Che volete
signori? aveva risposto Napoleone sorridendo, "Il vostro sovrano ha
voluto ricordarmi che io sono un soldato. Spero che egli vorrà
ammettere che la porpora imperiale non m'ha per nulla fatto scordare il
mio primo mestiere." |  |
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